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Tonnara, mattanza, rais. Parole legate ad un’antica e tradizionale tecnica di pesca che evocano immagini crudeli.

Si deve tuttavia ricordare che la pesca del tonno fu per tanto tempo fonte di sostentamento di intere famiglie. Tutt’intorno alla pesca vera e propria, gravitava un mondo periferico che si occupava della produzione delle reti, tutte intrecciate accuratamente a mano, nodo dopo nodo, secondo tecniche antichissime e precise, dalle donne della famiglia. Si producevano chiodi e si levigava il legname per le barche, che andavano accuratamente custodite. C’era un commercio basato sull’utilizzo degli scarti della lavorazione, c’era l’estrazione dalle cave delle enormi pietre che servivano ad ancorare le reti al fondale. Era lavoro per tanti, ma era anche fatica, sudore, sofferenza, ferite, e anche peggio. Il mare dava, il mare prendeva.

Tutto questo ci viene raccontato da Massimiliano Dicosta, della ProLoco di Vibo Marina, dove si trova, in località Bivona, un’antica tonnara perfettamente conservata, che si spera di potere aprire presto al pubblico, come sede di un Museo del Mare.

Dove e quando nacque questo tipo di pesca?

L’antica modalità di pesca del tonno, la mitica mattanza, è stata praticata lungo le coste calabresi sino agli anni sessanta, sopraffatta successivamente da nuove tecniche e da avversi fattori ambientali; con essa è scomparso anche l’abile mestiere del tonnaroto.

La pesca con sistemi fissi, lungo la costa del Golfo di S. Eufemia, ha origini molto antiche, che si possono far risalire alla fondazione della città di Hipponion, l’attuale Vibo Valentia, sul finire del VII secolo a.c.. Attività legate alla pesca, alla conservazione ed allo smercio del pescato sono documentate in quest’area, così come è documentata la presenza lungo la costa di due stabilimenti per la lavorazione del pesce, di epoca compresa tra il III-II sec. a.c. ed il IV sec. d. c., uno posto in località S.Irene e l’altro in località La Rocchetta di Briatico’ . La tradizione della pesca del tonno è rimasta viva e nei secoli XVI e XVII, ebbe un forte incremento ed è a questo periodo che risale infatti la costruzione delle tonnare di Briatico, S. Venere, Bivona e Pizzo Calabro. Pizzo e Bivona godevano periodicamente di una pesca di tonni particolarmente ricca, tanto che nella seconda metà dell’ottocento realizzavano in media 2000 quintali di pescato.

Quando è nata la tonnara di Bivona e a opera di chi?

La Tonnara di Bivona è un pregevole manufatto di  fine ‘800  posto sul litorale del piccolo centro di Bivona (VV), luogo anticamente legato alla tradizionale della pesca del tonno. Un complesso architettonico con vincolo momumentale composto da:

– una palazzina gentilizia a due piani di circa 500 mq (al piano terra la Cappella dei pescatori, gli alloggi dei tonnaroti, la sala prima lavorazione e vendita, servizi; al piano superiore tre grandi saloni tra cui sala del fumo e sala del the);

– una ampia loggia su fini pilastri in legno di quercia (adoperata un tempo per il cordame-sugheri-lavori allestimento e riparazioni) che conserva ancora antichi barconi in legno per la mattanza (unici in Italia);

– la sala dei sugheri ove attualmente vi è una sala convegni con circa 150 posti;

– i locali della casa del Rais (capotonnara);

– la piazzetta con deposito del sale antistante il mare.

La costruzione della Tonnara di Bivona va attribuita al Cav. Gaetano De Carolis, “decoro della città”, tenace e capace cittadino dell’antica Monteleone (oggi Vibo Valentia). Nato il 5 febbraio 1819, Gaetano di Carolis fu più volte Consigliere Municipale, Sindaco di Monteleone, Deputato Provinciale di Catanzaro, Presidente della Congregazione di Carità, Capitano della Guardia Nazionale, Cavaliere prima e Ufficiale poi, della Corona.

Alla sua caparbia volontà dobbiamo la costruzione, a spese della Corte Ducale, di  “un vasto e sontuoso caseggiato, da servire per gli usi della tonnaja, dipendente da quella. E fu suo primo pensiero farvi costruire ed aprire al culto una vaga Chiesa, da servire non pure a marinai, sì alla gente che vi accorse numerosa anche da luoghi lontani; o che, passando per la strada trova come un dolce e inatteso conforto, alle ansie faticose, e a sospiri del cuore, tendenti ad una vita migliore di questa.” Dunque, il Cav. De Carolis avviò la costruzione della Tonnara di Bivona in nome e per conto della Corte Ducale, probabilmente con la prospettiva di incentivarne una maggiore produttività economica, contando sul consolidarsi dello sviluppo economico del nuovo Regno unitario.

Ci racconta come avveniva la pesca, dall’avvistamento alla mattanza?

L’improvviso cambiamento di colore di una parte del mare ed il movimento innaturale della superficie dell’acqua indicavano ad un avvistatore l’arrivo dei tonni, ed era allora che egli allertava, da un posto d’osservazione lungo il promontorio, i suoi compagni dando inizio alla pesca del tonno. Dalla costa partivano le imbarcazioni, costruite con forma che ricorda la preda, che circondavano con le reti il branco, che veniva catturato così come oggi viene catturato dalle moderne “tonnare volanti”. Per secoli è stata, anche, utilizzata la tecnica di in “trappola fissa”  installata in mare . tesa alla fine di una lunghissima rete di sbarramento, che, partendo dalla spiaggia, raggiungeva la tonnara vera e propria a circa due miglia verso il largo; essa rimaneva in attività per un periodo che andava dai primi giorni di maggio, fino alla seconda decade di giugno, cioè quando il tonno si avvicinava alla costa per la riproduzione e vi trovava, insieme, amore e morte.

Chi era il Rais e che ruolo ricopriva?

Le annate di pesca erano legate alle alterne vicende della stagione e, quindi, del mare; esse non erano sempre ricche, anche se, raramente, risultavano deficitarie, tranne che non si fossero commessi errori nel predisporre il complesso sistema delle reti formanti, in blocco, la tonnara. Tale sistema, tenuto segreto fra poche famiglie di tonnarotti, veniva tramandato gelosamente da padre in figlio. Colui che si assumeva la responsabilità di far collocare le reti era quasi sempre persona anziana, assai esperta, quindi, e prendeva il nome di «rais», cioè di capo della ciurma, secondo un termine mutuato dagli arabi, qui venuti da dominatori, i quali avevano per primi ideato il marchingegno della tonnara così come arrivata ai nostri tempi. Dalla capacità del «rais» dipendevano le sorti della pesca; se sbagliava, un danno gravissimo si abbatteva sulle spalle del finanziatore dell’impresa, il quale rischiava un cospicuo capitale.

A questo punto abbiamo la fortuna di poter parlare con il sig. Nunzio Canduci, che è l’ultimo Rais di Bivona. E’ lui a raccontarci come si svolgeva questo rito marinaro.

Un lavoro che si tramandava di padre in figlio. La mia famiglia è in Calabria dal 1900 e a mio nonno fu proposto di gestire una tonnara. Mio padre imparò il mestiere da lui ed io da mio padre. I Rais erano amati e rispettati da tutti, circondati da affetto. Ci voleva un certo carattere e un’attitudine al comando: c’erano momenti di ozio e bisognava gestire un gruppo di 50 persone. Il lavoro consisteva in diversi passaggi, che duravano mesi. Si iniziava a confezionare le reti in gennaio/febbraio, poi ad aprile si mettevano in mare e si andava in pesca da maggio. E il lavoro non era solo per i marinai, ma anche per i fabbri, che forgiavano i chiodi a mano, per i falegnami; si faceva tutto artigianalmente. Il tonno veniva pulito, tagliato e bollito in acqua salmastra. Appeso ad asciugare, dopo essere stato riempito di felci per allontanare le mosche, veniva poi venduto. Negli stabilimenti per l’inscatolamento lo sezionavano e veniva messo nelle latte e coperto d’olio. Restava ad impregnarsi per un paio di giorni, poi si saldavano le latte e si cuocevano a bagnomaria. Le parti che non erano utilizzabili si mettevano sotto sale nei barili e si vendevano d’inverno nei mercati. Adesso fanno tutto con le macchine, allora si tagliava tutto a mano.

Nel dire questo, la voce dell’ultimo Rais si intristisce. Gli occhi, finora brillanti di orgoglio e fierezza, si incupiscono e guardano il mare che è stato la sua vita. Si intuisce il suo immenso amore per quel  lavoro faticoso, pesante, pericoloso, ma pieno di soddisfazioni.

Qui potete vedere una parte dell’intervista. 

 La pesca del tonno ha avuto una valenza importante sia a livello storico che culturale per la comunità di Bivona, la modernizzazione dei metodi di pesca come ha influito sull’economia locale?

E’ dall’800 che si vengono a contrapporre due diversi modelli di gestione dell’attività: il primo, “tradizionale”, legato a principi di moltiplicazione, con minimi rischi, della rendita del nobile feudatario; il secondo, più innovativo e di ampio respiro, legato alla trasformazione ed alla distribuzione del pescato, inserito nel nuovo meccanismo della famiglia imprenditoriale. con attività di gestione economica varie e più complesse, con l’obbiettivo di creare nuova ricchezza. La soglia storica del prevalere di quest’ultimo e nuovo modello produttivo sul più antico è data dalle voci, circolate dal 1860 in poi, che il tonno salato fosse causa dello scorbuto. La necessità di garantire un prodotto che non fosse considerato veicolo di trasmissione della malattia costrinse tutti coloro che avevano investito imprenditorialmente su questa attività a riorganizzare il sistema di conservazione del tonno con l’olio, investendo sulla pastorizzazione e sulla nuova tecnologia dell’inscatolamento in recipienti di latta. Questo nuovo processo produttivo segnò l’abbandono da parte di tutti quei proprietari che non intesero investire sulla riconversione delle tecniche di conservazione del loro prodotto, rappresentando l’occasione propizia per il sopravvento di una nuova mentalità industriale, che trasformò il nome deI produttore, in un vero e proprio marchio di garanzia. Emblematico è l’esempio in tal senso offerto dalle famiglie Florio in Sicilia e Sardanelli e Callipo in Calabria, che sono riuscite a trasformare le loro attività da artigianali in vere e proprie industrie di trasformazione del pescato, che oggi sono ben radicate nel mercato alimentare.

Anche se completamente restaurata la struttura è chiusa al pubblico, quali sono i motivi?

Negli anni ’80 la Tonnara è stata salvata da abbattimento; successivo vincolo monumentale, due-tre interventi di recupero urgenti da parte della Soprintendenza di Cosenza, altri  restauri da parte del Consorzio Sviluppo Nucleo Industriale e l’ultimo del Comune;  circa 3,5 milioni di Euro pubblici  spesi per lavori di recupero di un manufatto secondo forse solo alla tonnara di Favignana, che, sebbene molto più grande, è costruita in muratura e quindi meno caratteristica. Non è prevista al momento alcuna apertura del sito, se non per iniziative estemporanee alcune organizzate dalla nostra associazione Proloco. Abbiamo  accompagnato turisti e scuole a visitarla dall’esterno, parlando della sua storia, dell’antica pesca del tonno, della filiera del pescato, delle tradizioni e canti dei tonnaroti, dell’economia ed ecologia del mare nei circa 800 Km di costa calabrese.

Numerosi progetti sono stati presentati. In sintesi la Tonnara di Bivona è già di per sé un bene museale attivo, ma va organizzato, gestito da un Ente pubblico forte (Ministero, Soprintendenza, Regione) e/o privato (altro Museo Del Mare); un sito  capace di valorizzare gli 800 Km circa di costa calabrese; in verità il luogo ideale per divenire  Museo Regionale Calabrese della civiltà del Mare Calabrese

Le informazioni storiche sulle tecniche di pesca del tonno e la Tonnara di Bivona sono state mirabilmente raccolte da Antonio Montesanti nel volume “Le Tonnare di Bivona. I resti di una cultura del Mare”.

Si ringrazia la ProLoco di Vibo Marina per la disponibilità e il Rais Nunzio Canduci per il suo importante contributo.

Articolo a cura di Angela Strati e Anna Laura Mattesini.
Fotografie a cura di Nicola Musolino.

3 Comments

  • Calamarata con tonno e verdure con pesto al tarassaco – EatParadeBlog

    21 luglio 2017 at 9:34

    […] tra l’altro, reduce dalla stesura dell’articolo sulla Tonnara di Bivona, (in duetto con Angela Strati del blog “Profumo di zenzero e cioccolato”), durante la […]

  • Giovanna

    21 luglio 2017 at 12:07

    Bellissimo e commovente. Speriamo che tutto questo immenso patrimonio venga salvaguardato.

  • Cristina Galliti

    23 luglio 2017 at 11:37

    Grazie per questo bellissimo articolo con la commovente testimonianza del rais!!
    Complimenti
    Cristina

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