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La gita di Ferragosto, specie quella sotto l’ombrellone,  fa tremare i calabresi. No, non è un controsenso: nonostante il caldo estivo, è un evento che gela il sangue nelle vene.

Cosenza, ad esempio, è una città gode di una posizione invidiabile: a metà strada tra montagna e mare, permette di scegliere indifferentemente la destinazione della gita. Quello che resta un mistero è il perché i cosentini in vacanza in montagna debbano necessariamente andare al mare a Ferragosto, e viceversa, trasformando così il tratto Sila-Paola della mitica strada statale 107, percorribile normalmente in meno di un’ora, in una sorta di via Crucis, un cammino di Santiago, un pellegrinaggio alla Mecca.

Prendiamo l’esempio di chi va al mare. Macchina stracolma di beni di prima necessità che comprendono:

  • almeno due ombrelloni con annesso telo per fare la “capannina” sotto la quale il calore aumenterà in maniera esponenziale fino a diventare una sorta di forno a microonde dentro il quale cadranno tutti dopo pranzo in un sonno catalettico
  • Giochi per i bambini (più ingombranti sono, più vengono ritenuti indispensabili) -NO, LA BICI NO, APPAPA’!-
  • Teli da spiaggia, sdraio, canotti, salvagente -DOVE SONO FINITI I REMI?-
  • Tavolo, sedie. -LA SEDIA DI NANNA!-

Ecco, la sedia di nanna non è una sdraio soporifera. E’ la sedia della nonna (nanna in cosentino) munita di schienale alto e braccioli che le consentono di osservare tutto (e criticare tutto), mentre i nipoti, a turno, le fanno aria con il ventaglio. Si sa, è tutta vestita di nero, calze e fazzoletto in testa compresi, e il caldo lo sente parecchio. In compenso non sente quello che le dicono perché è sorda come una campana.

Caricata a fatica l’auto -TIENI I PIEDI FUORI DAL FINESTRINO, TANTO FA CALDO- si parte.

Ad ogni frenata un remo si conficca nel fianco dell’autista e la nonna, che dorme beatamente sul sedile anteriore reclinato, sobbalza –‘U TERREMUTU?-

Le ultime curve sulla discesa di Paola, meta della destinazione, c’è come sempre la fila. Tempo prevista di percorrenza dei due chilometri: 4 ore.

A questo punto si scende e si prosegue a piedi con l’ombrellone in spalla, lasciando l’autista con la nonna dormiente a sudare sotto il sole.

Chi ha la nonna su sedia a rotelle è facilitato: si monta su tutti quanti e si dà la prima spinta.

Quando finalmente arriva il papà con le provviste, sono tutti in acqua a sguazzare allegramente da ore.

Vorrebbe tuffarsi anche lui, che è ad un niente dal collasso, ma c’è da scaricare le provviste che sono cotte al punto giusto. Così, si montano tende e tavoli e si da il via alla grande abbuffata dell’anno, che comprende ALMENO: sagna chijna, parmigiana di melanzane, frittata di pasta, gattò di patate, purpette, pittulille, sazizza e vruoccoli, pipi e patate, sopressata, capicollo, mozzarelle (che a quel punto sono affumicate), caciocavallo, forme di pane casareccio da due chili, olio e pomodori freschi perché l’insalata si fa al momento, la caffettiera da 12, il fornelletto a gas con relativa bomboletta, due pacchi di spaghetti con pentole e pentolini che hai visto mai venisse voglia di un aglio e olio, la damigiana di vino e un’anguria delle dimensioni del dirigibile Italia, che viene immediatamente messo in acqua a rinfrescarsi. Il più delle volte ci si dimentica l’acqua, ma tanto c’è il vino che è buono perché fatto in casa, e si à anche ai picciriddri, così poi dormono.

Abbiamo volutamente esagerato (ma neanche tanto). C’è tuttavia da dire che la ricerca di abbondanza di cibo, per i cosentini e per i calabresi in genere, è un retaggio storico di una regione notoriamente povera. Il cibo diventa nel corso del tempo una dichiarazione di ricchezza e anche una manifestazione di affetto e di amore.

Sono grasso perché mangio e mangio perché sono ricco e posso permettermi tanto cibo. Una dichiarazione forte e quasi assurda, che trova un riscontro nella raffigurazione classica del povero, sempre magro ed emaciato.

Ti voglio bene, quindi ti offro ciò che ho di più prezioso, il cibo. E questo riporta alla rinomata accoglienza calabrese ed alla altissima considerazione dell’ospite che viene coccolato ed accudito in quello che è ritenuto il migliore dei modi: abbuffandolo di cibo. Però, tutto genuino e fatto in casa!

Testo di Anna Laura Mattesini 

Immagine di copertina di Mai Esteve

3 Comments

  • Patty

    15 agosto 2017 at 10:46

    Confermo di avere trascorso un Ferragosto sulla Sila già nell’età della ragione ed ho un ricordo da brivido. Alle sette del mattino eravamo già fra i boschi per approntare l’accampamento di buoni 50 mq, due fuochi, braciere e tavolata per 25. Alle 8 facevamo colazione con polpette fritte e da quel momento nessuna tregua. Fino alla scatenata battaglia di semi d’anguria a merenda. C’erano tutti, anche la nonna e il fisarmonicista che cantava “Lauretta mia” e tutti noi che piangevamo commossi (e forse anche un po’ provati).
    Mi hai fatto molto ridere ma confermo ogni tua parola. Un abbraccio. Pat

  • Anna Laura

    15 agosto 2017 at 20:21

    Straordinaria Mai Esteve, un disegno strepitoso!!!

  • Katia Zanghi’

    15 agosto 2017 at 22:51

    Mi hai fatto morire dal ridere. Esagerato, ma neanche tanto… E per niente superficiale.Grande Anna Laura!

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