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I monaci da sempre sono ricercatori e grandi conoscitori di erbe officinali e spontanee. Le raccolgono, le fanno essiccare, le catalogano e le ordinano per genere e specie, annotando nome e principali virtù terapeutiche di ogni singola erba.

Per molti secoli sono stati gli unici a possedere un laboratorio erboristico-farmaceutico in cui estraevano gli oli essenziali dalle erbe. Le loro dispense contenevano riserve di vino, di frutta e di granaglie; inoltre detenevano risorse finanziarie e mezzi tecnici per trasformare tali riserve in prodotti officinali e medicmentosi. L’intelligenza e lo spirito di osservazione, uniti all’ingegno e alla capacità di inventare nuovi prodotti, hanno fatto si che le loro ricette si siano tramandate nei secoli e continuino ancora oggi ad essere oggetto di divulgazione del loro immenso sapere e anche fonte di reddito.

La birra è stata a lungo monopolio dei monaci trappisti e francescani. La “birra dei padri”, molto forte, era destinata agli uomini, mentre la “birra dei conventi”, più amabile, veniva prodotta per le donne.

L’assenzio al miele, precursore del pastis e il sidro erano tra le preparazioni più frequenti presenti nei monasteri.

Nel rito cristiano è necessario il vino per celebrare la messa e allora vescovi e monaci cominciarono a produrne grandi quantitativi, piantando vitigni in ogni terreno ritenuto adatto, facendosi così promotori della viticoltura.

L’esigenza primaria, però, era quella di conservare nel tempo i principi curativi delle piante e di potenziarne l’efficacia. Decotti e tisane non erano più sufficienti.

Furono i monaci provenienti dall’Egitto a portare in Italia la tecnica della distillazione messa a punto dagli alchimisti islamici. Questi monaci misero a frutto le loro conoscenze per estrarre dalle erbe i principi attivi più puri, che, uniti a conservanti più stabili e veicolanti come l’alcool, consentivano di creare prodotti di altissimo effetto terapeutico.

Per secoli l’utilizzo officinale è stato l’unico scopo della preparazione di questi prodotti alcolici.

A partire dall’800 nascono i primi liquori con proprietà digestive, toniche e balsamiche.

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E oggi, cosa ci offre il mercato monastico italiano?

I Monaci trappisti di Frattocchie, vicino a Roma, producono l’Eucalittino, liquore ottenuto dalla macerazione di foglie di eucalipto, dalle forti proprietà digestive e balsamiche.

A Colico, in provincia di Lecco, c’è l’Abbazia di Santa Maria e San Nicolò. La sua liquoreria è un paradiso per buongustai, che qui trovano liquori e distillati, infusi di erbe e radici medicali aromatiche, prodotti dai monaci con le antiche ricette.

Da più di cent’anni i Monaci dell’Abbazia di Seregno producono l’Olivety, un liquore ottenuto dalla macerazione di ventiquattro erbe miscelate in quantità diverse, che vengono macerate insieme con alcool, acqua e un po di caramello.

I monaci circestensi della Certosa di Firenze producono ancora oggi i loro liquori con metodi antichi di distillazione a vapore con fuoco a legna, di infusione e di torchiatura, utilizzando erbe, fiori e radici da loro coltivate, raccolte e selezionate con cura. Le erbe vengono prima frantumate, miscelate e poi messe in infusione con alcool e acqua per un mese. L’infuso viene mescolato giornalmente per poterne estrarre al massimo le essenze; quindi vengono messe nel distillatore assieme al liquido. La sapiente esperienza dei monaci, dosando il fuoco e l’acqua di raffredamento, fa si che il prodotto distillato risulti di qualità eccellente. Dopo la distillazione il prodotto viene messo a stagionare per alcuni mesi. Quando la stagionatura è al punto giusto viene miscelata l’acqua e lo zucchero, aggiunto il distillato e il prodotto viene messo a stagionare in botti di rovere per almeno sei mesi, al termine dei quali viene filtrato e travasato in un’altra botte di rovere per altri tre mesi almeno. L’imbottigliamento viene eseguito con l’ausilio di una imbottigliatrice a mano e le bottiglie vengono chiuse con capsula metallica da una tappatrice meccanica.

I monaci benedettini di Montevergine in provincia di Avellino, da secoli producono sette pregiati liquori. Il più rinomato è l’Anthémis. Secondo un’antica leggenda una goccia di smeraldo sgorgava da una delle colonne del Tempio di Cibele, proprio dove intorno al 1100 sorse l’Abbazia di Montevergine e un giovane pastore irpino raccoglieva queste gocce per portarle a coloro che erano tristi e sfiduciati. In realtà queste gocce erano prodotte dallo stillare di alcune erbe cresciute sull’apice della colonna. Studiata la loro composizione, i monaci riuscirono a riprodurre la leggendaria goccia di smeraldo e la chiamarono Antehemis, oggi protagonista a Vinitaly.

Gabriele D’Annunzio così definì Le gocce imperiali prodotte dai monaci circestensi a base di anice e altre essenze nelle Abbazie di Chiona, Chiaravalle e Pavia: “Essenza tra il mistrà e l’assenzio con altri succhi medicinali, squisitissima… poche gocce bastano a trasmutare un bicchiere d’acqua in una specie di opale paradisiaca.”

A Camaldoli, luogo di rara bellezza e carico di misticismo, i monaci producono nei locali sottostanti il Monastero, un tempo adibiti a cantine e vendono nell’antichissima farmacia, tanti prodotti medicali. Dal 1460 gli Speziali di Camaldoli iniziarono a produrre liquori a scopo medicamentoso, come la Lacrima di Abeto. Negli anni la produzione incrementò con l’aggiunta dell’Amaro Rabarbaro, del Laurus, dell’Elisir dell’Eremita, e dell’Amaro Tonico.

La cronaca recente ci racconta che nel 2014 quattro suore della “Casa famiglia Immacolata concezione” della frazione di San Gregorio (L’Aquila) sono state condannate a pagare cinquanta mila euro di sanzione, per avere prodotto e imbottigliato senza etichetta 111 litri di un liquore casalingo alla genziana, dal sapore molto intenso e con grandi proprietà digestive. Su Twitter si è scatenata la campagna degli appassionati per salvare il distillato al suon di hashtag #savethegenziana.

Dal resto del mondo, nello specifico in Polonia, la notizia è di un gruppo di monaci cistercensi, dallo spirito veramente smart, che ha accettato di far quotare in Borsa il marchio dei loro prodotti, messi sul mercato da una dinamica società specializzata nella distribuzione del cibo di qualità.

 

Zollette balsamiche all’assenzio e menta

 

L’assenzio, tra tutte le sue qualità, ha la proprietà di aumentare la resistenza dell’organismo, per esempio contro l’influenza, e ha un effetto tonificante negli stati post-influenzali e post-infettivi.

La menta, tra le altre proprietà, è un coadiuvante dei disturbi delle vie respiratorie, come tosse e raffreddore, per via delle sue proprietà sedative e spasmodiche. Il mentolo da essa contenuto è considerato un vasodilatatore per la mucosa nasale.

Ingredienti:

foglie di menta e di assenzio

alcool etilico

zollette di zucchero

Raccogliete le foglie della menta e dell’assenzio di sera tardi o nelle prime ore del mattino, quando sono più ricche di principi attivi. Abbiate cura di accertarvi che le foglie siano sane e pulite.

Mettete le erbe asciutte, senza nessuna traccia di acqua, in un vaso di vetro per conserve. Versate dell’alcool etilico, per uso alimentare, sulle erbe fino a riempire il vaso. Chiudetelo con il coperchio e mettetelo a riposare per almeno due mesi in luogo buio e asciutto.

Periodicamente mescolate le erbe con un cucchiaio di legno per facilitare l’estrazione delle essenze. Accertatevi che il vaso sia sempre ben chiuso, in modo che non vadano disperse le proprietà delle erbe e che l’alcool non evapori.

Trascorso questo tempo filtrate il liquido dalle foglie. Riempite un vaso di vetro di zollette di zucchero e versatevi sopra il liquido ottenuto dalla macerazione della menta e dell’assenzio. Chiudete il vaso con il suo coperchio e conservatelo in dispensa. Le zollette saranno pronte per essere consumate dopo una settimana, quando si saranno imbibite completamente di liquido.

Assunte alla sera in quantità modeste (1 o 2 zollette), sono un eccellente coadiuvante per la tosse e per i disturbi delle vie respiratorie.

testo e immagini di Sabrina Gasparri

foto di apertura presa da qui 

1 Comments

  • Elena Broglia

    18 agosto 2017 at 13:40

    Ricordo una visita alla distilleria del monaci Benedettini a Fecamp in Normandia, producono un liquore favoloso (che comprai)… loro si che la sanno!!! bellissimo articolo, complimenti!

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